TRAPPOLA (post n. 1 – gemellaggio)

C’è una trappola che tutti conoscono.
In cui tutti sono caduti almeno una volta.
Soprattutto quelli non troppo ricchi (come me).
E quelli che vogliono tutto e subito (come me).
E’ l’IKEA.
Io con l’Ikea ho un rapporto di amore-odio.
Mi piace andarci perché trovo che nel complesso abbia cose carine e
soprattutto economiche.
Ma odio la folla.
Odio la gente che oscilla quando cammina, che si ferma in mezzo alla
“strada”, che non si rende conto di essere tra le altre persone, che
si aliena completamente una volta superate quelle porte scorrevoli.
Però da quando abbiamo comprato casa ci siamo andati molto spesso.
Questa è la scena: io in assetto da battaglia, indosso la divisa dei
giocatori di football, pronta a dare spallate a chiunque mi si pari
davanti, imparo a memoria la mappa dei vari reparti in modo da perdere
meno tempo possibile.
Uomoelle con la faccia più triste del mondo, trascina i piedi come
fosse un lunedì mattina prima del lavoro, ma per me farebbe questo ed
altro.
Per non parlare dei nomi degli oggetti: perché chiamare dei cestini
BÖLSNÄS? (io ne ho due, ecco perché lo so) Oppure un mobile tv
BJÖRNHOLMEN?? O un dolce ai mirtilli BLÅBÄRSKAKA???
E ce ne sono di peggio, robe totalmente impronunciabili..dannati
svedesi. (ultimamente rivalutati, sono caduta nella trappola – per
l’appunto – di Stieg Larsson)
E gli altoparlanti? Ti piace la busta gialla? Prendine una blu!
Ma io la volevo gialla!!
Mah.
E quando pensi di aver finito, di essere vicino alla meta, ecco
l’ultimo ostacolo: le casse.
Alla cassa la fila più breve è lunga 500 metri ed il tempo di attesa
minimo 47 minuti.
Manco una gravidanza dura così tanto.
Sta di fatto che pur odiando tutto ciò, come ogni trappola che si
rispetti, ci cado continuamente.
Maledetto formaggio svedese.
(questa è sottile, la capiranno in pochi)

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Categoria: gemellaggio con lei

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Nere nuvole di fumo

Visto che dillà non l’hanno voluto, lo metto qua.

Guardo fuori dalla finestra: piove. Ancora
"Niente motorino oggi, mi toccherà andare a lavoro con l’autobus", penso.
Esco. Ombrello in mano, rigorosamente chiuso, e cappuccio bene in testa.
I posti nella via dove abito sono quasi tutti vuoti, tipico di quando piove.
Quando piove è bello stare in macchina, le gocce riempiono il vetro e quando la macchina davanti frena tutto diventa rosso.
Mille gocce che riflettono lo stesso colore, ed il mondo diventa un rubino, per un attimo.
Ma io la macchina non ce l’ho, e mi dirigo a piedi verso la fermata.
Salgo sul tram, musica nelle orecchie e busta in grembo, ché cerco di occupare meno spazio possibile (retaggio del carattere introverso che mi porto dietro da sempre?).
Mi guardo intorno, ché "l’umanità da autobus" da sempre mi incuriosisce.
Davanti a me c’è un bambino col grembiule blu, avrà circa 6 anni.
Gli occhi neri come il nero più nero.
La bocca leggermente pronunciata, colpa di quegli incisivi superiori sporgenti (l’ennesimo futuro portatore di apparecchio fisso).
Guarda la mia busta.
Io penso: "Non ricordo la sensazione di non saper leggere, chissà cosa ti salta in testa quando vedi questi strani simboli indecifrabili".
E poi penso: "Ecco perchè non la ricordo, ho imparato a leggere a 3 anni, ne sono passati 23, e sono tanti".
Poi lo vedo tutto concentrato e sulle sue labbra leggo le parole scritte sulla busta, pronunciate senza voce: "Nuvole di fumo" (mamma ma che busta mi hai dato?).
Ecco.
In un secondo ha mandato in fumo (per l’appunto) tutti i miei pensieri.
Continuo a guardarlo perchè è bello, ha questi grandi occhi neri curiosi, che indagano, guardano, riflettono, i capelli spettinati, la scarpa destra slacciata, l’aria fintotrascurata che solo alcuni bambini riescono ad avere.
Vorrei dirgli di continuare ad essere curioso, perchè è la curiosità che ci mantiene vivi.
Di imparare tutto quello che può, a scuola.
Vorrei augurargli di avere qualcuno che lo spinga a voler sapere, fare, conoscere, inventare, vedere, visitare. Così come l’ho avuto io.
Ma sono arrivata alla mia fermata, devo scendere.

Di quei cosi gialli, verdi e rossi.

Oggi vorrei parlare dei semafori.
(lo so, scelgo sempre argomenti interessanti)
Ogni mattina per andare a lavoro percorro una strada, denominata Circonvallazione Gianicolense.
Sarà un tratto di circa due chilometri.
E ci sono 13 semafori.
Sì sì, 13.
Vuol dire un semaforo ogni 153 metri (circa).
Vuol dire che quando ti fermi ad un semaforo vedi già il semaforo successivo.
Ovviamente lo vedi verde.
Peccato che mentre ti avvicini all’incrocio diventi rosso.
E così via, per tutti e 13 gli amici tricolore.
Ché se becco l’onda rossa ci posso mettere anche 25 minuti per fare due chilometri.
Mi faccio certe sedute di semaforo rosso..che d’inverno mi vengono le stalattiti sotto al naso, d’estate un’abbronzatura da muratore che i muratori stessi mi invidiano assai. 
Che poi perchè si dice "è giallo"? Io l’ho sempre vista arancione quella luce..mah.
La cosa carina è che, essendo io fissata col guardare dentro le macchine altrui, vedo di tutto.
Chi si trucca, chi sgrida i figli, chi si scaccola, chi alle otto sta già fumando la sua decima sigaretta (li vedi dalla faccia).
E quelli che ancora dormono.
Questi, combinati col funzionamento dei semafori, creano un mix letale.
Per il frantumamento delle mie palle.
 
(Tutta questa menata sui semafori per non parlare di ciò che mi preoccupa e mi perplime in questo momento, che sennò dovrei cambiare il titolo del blog in "pensieri lamentosi")